Generazione-Greta

Generazione Greta. Perchè Cacciari e i vecchi colti non capiranno mai

Al nostro tempo serve un pensiero ecologico - che non è come molti pensano un pensiero sull’ambiente - ma è la forma del pensiero contemporaneo, un pensiero che sappia leggere le connessioni, i nessi causali, vedere le relazioni. Abbiamo bisogno di teste ben fatte, per dirla con Edgar Morin, teste che sanno riconoscere che l’ambiente e la vita degli uomini sono intimamente connessi, e non possiamo dedicarci alle questioni ambientali senza considerare quelle legate alla povertà, alla giustizia, al lavoro, alla casa degli esseri umani. Quando parliamo di natura parliamo certamente di ambiente, di terra, di acqua, di biodiversità, ma natura è anche cultura, sedimento delle opere degli uomini.  Ma le nostre teste non sono affatto ben fatte e hanno sistemi di allarme e di comprensione con cui fare i conti. L’enormità e la drammaticità della crisi climatica non bastano, da sole, a convincerci e spingerci ad un drastico cambiamento di rotta. E quindi che fare?Prima di tutto, cercare di capire meglio come siamo fatti noi esseri umani, con questa storia e questo portato culturale. I dati sul clima, i documentari sulla distruzione delle foreste, anche i più terribili, ci sconvolgono ma non ci commuovono. Come ci racconta Jonathan Safran Foer nel suo libro Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi (Guanda, 2019), abbiamo come umani dei grandi limiti emotivi, il nostro sistema di allarme non reagisce a stimoli troppo concettuali, dobbiamo cominciare a praticare altre strade: in qualcuno la motivazione può generare l’azione ma nella gran parte delle persone è l’azione che può generare la motivazione.  Qui sta la forza di Greta, milioni di ragazzi sono scesi in piazza con debole motivazione ambientalista e attraverso la partecipazione ad un evento collettivo sono diventati ecologisti. Quanto moralismo sta negli adulti che credono che vi sia sempre un cursus honorum dell’impegno civile: mi informo, comprendo, scelgo, agisco. E infatti, non fanno nulla! Perché capire-senza-sentire, non cambia il nostro modo di vivere. I ragazzi sentono-senza capire, ma poco importa. Capiranno facendo.  Una cosa inaudita per molti vecchi e, soprattutto, per molti vecchi colti. Colpiscono le parole del filosofo Massimo Cacciari sulle pagine del Corriere, oggi, si straccia le vesti di fronte ad un popolo di ragazzini che riempie le piazze e lancia il suo anatema, “i problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico”. Si appella agli scienziati, come unici depositari del sapere sull’ambiente, trascurando la dimensione psicologica, l’economia dei comportamenti, le dinamiche collettive, che consentono agli scienziati di fare passare i loro messaggi e farli diventare azioni, progetti, politiche. Dobbiamo considerare la dimensione empatica, affettiva e emotiva della nostra vita. Greta non ha mosso milioni di ragazzi in tutto il mondo perché ha mostrato numeri o rivelato verità nascoste ma perché ha messo in campo la sua giovinezza, il suo corpo, la sua parola. Ha osato dire - con tutto il suo modo di essere - che l’ambiente è cosa troppo importante per essere lasciata ai soli ambientalisti, agli scienziati ed ai politici. È questione urgente e trasversale, che riguarda tutti. Greta si rivolge ai ragazzi sapendo che le nuove generazioni sono già ambientaliste, per nascita. Non ascoltano parole, prediche o reprimende, imparano facendo, vivendo, apprendono per via empatica, copiando e replicando modelli. Il pensiero ecologico si attiva per via empatica, facendo sentire ai ragazzi che sono parte di movimento collettivo. Esattamente quella dimensione politica e collettiva, che è mancata negli ultimi anni.L’ecologia negli ultimi decenni ha invece proposto visioni della natura dall’esterno, lontane dai luoghi e dall’esperienza di vita delle persone, ma l’astrazione scientifica non ha mai mosso le emozioni degli esseri umani. Così con natura abbiamo inteso e studiato fin da piccoli cose molto lontane e diversissime: i pianeti, i buchi neri, il magnetismo terrestre, persino il buco dell’ozono. Entità e distanze non comprensibili dalle persone. Una vaghezza che non è mai stata in grado di smuovere la dimensione politica. Abbiamo bisogno di racconti più caldi, più vicini all’esperienza delle persone. Dobbiamo spostare il punto di osservazione: è una questione di empatia e di sentimento. Bisogna tornare a raccontare la natura come un sistema generativo che coinvolge esseri viventi con diverse capacità di reazione, ripartire dal basso, tornare a descrivere possibili terreni di vita da cui ripartire. La mia vita dipende dalla qualità dell’aria che respiro, dal cibo che mangio, dal fatto che sia sano e non troppo sofisticato, dipende dai vaccini disponibili in difesa della mia salute, dipende dai suoli, se sono sani o contaminati, dipende dalla varietà di specie animali, da quanto la città in cui vivo sappia rispondere ai cambiamenti ambientali, alle piogge più intese, alle estati più aride. La natura non è un’entità astratta, ha molti nomi legati al mio-nostro benessere. Trovare modi nuovi di raccontarla e di farla entrare nella narrazione quotidiana può accrescere la nostra coscienza ambientale. 

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