
Non rinunciamo al lusso degli spazi di gratuità
Viviamo in un mondo dove anche il tempo si paga a minuti e la felicità si prenota online. È di questi giorni la notizia che a Torino un bar vicino all’università ha deciso di tariffare il tempo di permanenza: quindici minuti per un caffè, venti per la colazione, quarantacinque per il pranzo. «Per evitare che gli studenti restino troppo», spiegano i gestori. Anche il tempo di un caffè sta diventando una merce e concederlo un atto di resistenza civile. Ma, mi chiedo, i bar non erano proprio nati per farci stare bene senza tempo? E non è normale che gli studenti si trovino lì prima delle lezioni? La scena si ripete ovunque: la commessa dei grandi autogrill ripete centinaia di volte al giorno «vuole approfittare dell’offerta?»; la madre di famiglia passa le sere a controllare con entusiasmo le promozioni sui voli on line per il prossimo viaggio, per strappare le offerte alla noia della vita quotidiana. Viviamo immersi in un’economia che trasforma ogni cosa in merce e noi ne siamo parte. Casa, turismo, finanza, salute, lavoro e città non sono più ambiti separati, ma manifestazioni diverse di un unico modello estrattivo, che converte tutto – spazi, relazioni, tempo, affetti, corpi, vite – in beni di consumo. Da tempo diciamo, anche su queste pagine, che l’homo oeconomicus non esiste, che è un’invenzione della teoria economica. L’uomo reale è infinitamente più complesso, più sfaccettato, come hanno mostrato studi e premi Nobel da Amartya Sen a Elinor Ostrom, riferimenti cruciali dell’economia civile. Eppure, scrive con ironia Timothée Parrique in Rallentare o morire. Per un’economia della post-crescita, «siamo sempre in tempo a diventarlo».L’ambiente ci plasma, ci trasforma e quando tutto ciò che ci circonda parla il linguaggio dei profitti e delle rendite, finiamo per assimilarlo: diventa il nostro modo di essere, la nostra ossessione collettiva, la qualità frettolosa delle nostre relazioni. Più la logica del mercato si estende, più la nostra mente, i desideri e le aspettative si riducono a quella logica. Senza dover scomodare le neuroscienze, e la nostra natura emulativa ed empatica (che non significa incline alla simpatia ma all’emulazione dei comportamenti degli altri, anche quando sbagliati), ciascuno di noi ha esperienza di come in fretta spariscano dal paesaggio urbano la cortesia, la gratuità, il dono, la restituzione, la tolleranza. Come osserva sempre Parrique, la mercificazione non cambia solo la gestione dei beni, ma il senso stesso delle attività umane. E Jacques Généreux definisce questo fenomeno “dissocietà”, un mondo frammentato, dove la competizione sostituisce la cooperazione. Quando lo scambio commerciale domina ogni relazione, vivere fuori dal mercato diventa quasi impossibile, anche per chi se ne chiama fuori. È ciò che accade con le piattaforme turistiche o immobiliari, una volta abituati a riscuotere l’affitto di un appartamento, è difficile tornare a un rapporto economico sano e proporzionato. Marx parlava del “feticismo della merce”, io la definisco la droga dei tempi che corrono: se posso chiedere il prezzo più alto possibile per un affitto breve, cosa mi può spingere a non farlo? Quali anticorpi etici e culturali diversi possono agire sulle mie scelte? Articolo completo su avvenire.it
Elena Granata
Professore Associato di Urbanistica al Politecnico di Milano, docente alla SEC (Scuola di Economia Civile) e all’Istituto Universitario Sophia. Autrice di libri, saggi e articoli su riviste scientifiche e divulgative. Consulente di istituzioni pubbliche e private nel campo delle politiche urbane e culturali. Da anni si occupa di branding culturale e delle relazioni tra imprese e territorio. Co-founder di I’mpossible studio.





