Anatomia di uno sfratto

In prossimità del Natale, all’alba, buttando giù una porta, sfondando letteralmente una parete di casa: uno sfratto non è mai solo l’esecuzione di un atto giuridico. È una scena. Ha un tempo, uno spazio, dei ruoli assegnati, una coreografia che si ripete con sorprendente regolarità. Avviene quasi sempre al mattino, spesso nei mesi freddi, talvolta in prossimità delle festività, quando si sa che la famiglia o l’anziano residente è in casa. Prevede una soglia da attraversare, una porta da aprire o da forzare, una presenza visibile della forza pubblica, un linguaggio tecnico che trasforma vite e relazioni in pratiche amministrative. Questa ripetizione non è casuale: è ciò che consente di leggere lo sfratto come un rito dell’ordine urbano, una forma ordinaria attraverso cui il potere pubblico interviene per ripristinare un ordine che considera violato. Riducendo la capacità di reazione, aumentando la pressione emotiva, massimizzando l’effetto disciplinare dell’atto, lo Stato sceglie quando essere presente, e lo fa spesso nei momenti di massima vulnerabilità. Quella forza, usata con una meticolosità che ha qualcosa di spettacolare, è una performance morale. Così la descrive Didier Fassin, antropologo e sociologo francese che ha dedicato gran parte del suo lavoro allo studio delle forme contemporanee dell’intervento statale sui corpi dei poveri. Nei suoi studi etnografici sulla polizia (La force de l’ordre, 2011) e sulla punizione (Punir. Une passion contemporaine, 2017), Fassin mostra come l’uso della forza non sia mai neutro né puramente tecnico. Ogni intervento produce significato, distingue implicitamente tra vite pienamente legittime e vite a cui è richiesto di giustificarsi perché fuori luogo, fuori norma, fuori legge. La forza pubblica deve mostrarsi, deve ripetersi, deve convincere, non soltanto chi la subisce ma anche chi assiste. Ogni intervento costruisce una scena e comunica un messaggio che va oltre l’atto stesso. Lo vediamo con inedita brutalità negli interventi dell’ICE, la polizia per il controllo dell’immigrazione potenziata dall’amministrazione Trump, nelle città americane. In questa prospettiva, lo sfratto è una messa in scena della sovranità, una pedagogia pubblica del limite: non serve soltanto a liberare un immobile, serve a ricordare chi decide quando si può restare e quando, invece, si deve andare via. La soglia domestica è uno spazio centrale, quasi semi-sacrale, e violarla richiede una forte legittimazione simbolica. La divisa, l’ufficialità, il linguaggio tecnico producono una de-soggettivazione immediata: non si entra in una casa, si “esegue un provvedimento”. La vita che abitava quello spazio viene sospesa e tradotta in pratica amministrativa. I quaderni dei bambini, le fotografie, i vestiti, i libri, gli oggetti di casa perdono il loro valore affettivo e vengono ridotti a macerie da sgombero. Ho ancora negli occhi le immagini dello sgombero del campo rom di via Rubattino a Milano, quindici anni fa, quando le maestre e molte famiglie del quartiere raccolsero da terra quei quaderni e se li portarono a casa insieme ai loro piccoli allievi, perché non perdessero l’anno scolastico. La forza e la compassione. L’ordine e la pietas. È ancora Fassin a metterci in guardia da un altro vizio strutturale del sistema: la complementarità tra forza e cura. La polizia incarna la forza, i servizi sociali la cura, ma insieme producono una forma di violenza legittimata. La forza entra con il volto della legge, il sociale con quello della compassione. Nessuno dei due mette realmente in discussione l’atto; entrambi ne garantiscono la riuscita. L’atto finale è quello dell’uscita: la serratura cambiata, lo spazio svuotato, neutralizzato. L’oggetto – la casa liberata – torna “neutro”, il conflitto scompare, la persona diventa invisibile. È una vera e propria pulizia morale dello spazio: ciò che disturbava l’ordine viene rimosso e, con esso, la storia, la relazione, la presenza. In questa grammatica, sfratti e sgomberi condividono la stessa struttura pur colpendo bersagli diversi. Cambia il soggetto, non il dispositivo. La famiglia viene colpevolizzata come insolvente, l’associazione come irregolare; che lo spazio sia pubblico o privato, il bisogno è sempre quello di ripristinare l’ordine. In entrambi i casi, prima fallisce la politica sociale, poi entra in scena la forza, infine il conflitto viene riscritto come problema tecnico. La casa cessa di essere luogo di vita e diventa oggetto di esecuzione. Non c’è una famiglia: c’è una morosità. Non ci sono bambini o anziani: ci sono occupanti. Non ci sono donne sole, straniere, con figli a carico: ci sono abusive. Non c’è una storia: c’è un provvedimento. La vulnerabilità non sospende l’atto; al contrario, ne diventa il sottofondo silenzioso. Donne, anziani, minori attraversano la scena come figure moralmente rilevanti ma giuridicamente irrilevanti. L’ordine deve essere ristabilito, indipendentemente da chi ne paga il prezzo._____Articolo completo di Elena Granata su doppiozero.com

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